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Una riforma che rifonda l’Italia in Europa

Uno dei principali passi avanti permessi dalla riforma costituzionale è il pieno riconoscimento dell’Unione Europea nell’assetto istituzionale della Repubblica Italiana e soprattutto nella vita dei cittadini. In una fase così delicata per l’intera società europea, attraversata da rischi per la sua sicurezza, da una faticosa risalita dopo gli anni della crisi economica e da un clima di sfiducia generalizzata che alimenta demagogie e sterili nazionalismi, il rafforzamento dell’impronta “europea” della Costituzione italiana è un segnale di forza e di fiducia nel futuro dell’integrazione dell’intero Continente. Ma è anche, più pragmaticamente, il tentativo di avvicinare finalmente le istituzioni di Bruxelles ai cittadini, riducendo quella distanza e quella “freddezza” che a volte generano diffidenza e disagio. A maggior ragione per un Paese che, di quelle istituzioni, ne è un fondatore.

Nella Costituzione attualmente vigente, lo spazio riservato all’Unione Europea è quasi incidentale: essa fa “capolino” all’articolo 97 sull’equilibrio di bilancio delle pubbliche amministrazioni e poi agli articoli 117 e successivi sulle competenze legislative di Stato e Regioni. Insomma, finora la Costituzione ha in fondo “subito” l’Unione Europea, trovando il coraggio di inserirla nel testo costituzionale sostanzialmente in ragione dei vincoli finanziari e regolatori, incorporando con le modifiche costituzionali degli ultimi anni i vincoli finanziari e regolatori esterni.

Con la riforma, invece, la Repubblica Italiana sceglie un approccio attivo, propositivo e protagonista nei confronti dell’Unione Europea, riconoscendola come fulcro di livello di governo che incide direttamente sulla vita dei cittadini, e dunque dedicando ad essa l’attenzione dell’istituzione che rappresenta la nostra sovranità popolare: il Parlamento. La UE sarà menzionata dall’articolo 55, che è il primo articolo della seconda parte della Costituzione, dedicato appunto alle Camere. In particolare, la riforma costituzionale assegna un ruolo cruciale al nuovo Senato della autonomie: partecipare alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea; verificare l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori.

Come sostiene il costituzionalista Francesco Clementi, il nuovo Senato potrà così “svolgere quindi un ruolo determinante per il Paese rendendolo più incisivo a livello dell’Unione europea nella fase di formazione delle norme e delle decisioni europee che riguardino suoi ambiti di competenza”.

Per Clementi, il Senato potrà essere dunque un vero soggetto “federatore”, cioè “veicolo e strumento di una maggiore europeizzazione del Paese”, perché “in una reale partecipazione di tutte le istituzioni nazionali – rafforzate da un Senato delle autonomie – alla fase ascendente della costruzione del diritto dell’Unione, vi è la possibilità di fare un’integrazione reciprocamente più solida, e dunque più efficace”.

Insomma, grazie al nuovo Senato federatore, moltiplicatore di Italia in Europa, motore vero di una più forte e più stringente operazione di europeizzazione del Paese, l’Italia potrà finalmente essere un attore ancora più decisivo e decidente delle scelte operate dall’Unione.

Scheda di sintesi

(Tratta da “Non un Senato federale, ma un Senato federatore” – di Francesco Clementi per Federalismi.it – 16 aprile 2014)

Cosa potrà fare in concreto il nuovo Senato “a vocazione europea”?

· Seguire da vicino l’iter di formazione e approvazione delle norme europee, in contatto con le Istituzioni dell’UE e con le istanze della società civile, valorizzando il ruolo di propulsore all’integrazione europea della seconda Camera, in ragione innanzitutto della sua natura prevalentemente territoriale.

Come?

· Esercitando funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea;

· partecipando alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea;

· verificando l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori

· Indirizzando, in collaborazione con il Governo nella sua funzione di Legislatore europeo in Consiglio, la costruzione di una posizione comune anche attraverso l’approvazione di posizioni che raccolgano i pareri delle Regioni sulle singole proposte normative;

· veicolando alle competenti Commissioni del Parlamento europeo le posizioni del Senato delle Autonomie sulle proposte normative dell’UE;

· valutando, appunto, l’impatto a livello nazionale e regionale delle proposte normative europee di maggiore rilievo prima della loro approvazione, anche avvalendosi di studi d’impatto redatti dai Dipartimenti universitari competenti per materia nell’ambito della loro ordinaria attività di ricerca;

· valutando, sulla base di specifici studi, la ricaduta a livello regionale e nazionale, degli accordi commerciali che l’Unione europea intende stipulare con i Paesi terzi, e indirizzando il Governo (e la Camera, in primis attraverso la sua maggioranza) al riguardo.

Se questo ruolo del Senato delle Autonomie potrebbe essere utile nella fase ascendente, si potrebbe parimenti incidere positivamente, sempre nell’interesse del Sistema Paese, anche nella fase discendente, cioè in quella del recepimento della normativa europea. Ciò potrebbe avvenire, ad esempio:

· § indirizzando e controllando il Governo e le Regioni nel recepimento della normativa europea così da invertire l’attuale trend negativo che rappresenta un elemento di debolezza dell’Italia in Europa;

· § monitorando e controllando l’adeguato e tempestivo utilizzo dei fondi europei erogati a vario titolo a tutti i livelli in favore dell’Italia, cosi’ da rendere fisiologico un processo ancora fortemente compromesso;

· § esaminando le sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione che comportino modifiche sostanziali della legislazione nazionale, dandone adeguata e tempestiva comunicazione tanto al Governo e alla Camera, quanto pubblicamente agli altri soggetti dell’ordinamento coinvolti.

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