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L’Italicum è una buona legge, ma si può cambiare così
Intervista a Dario Parrini, segretario del Pd toscano ed esperto di sistemi elettorali - La Stampa, 25 luglio 2016

Premio di lista, ballottaggio a due e 55% di seggi a chi vince». Sono i pregi dell’Italicum, difeso da Dario Parrini, che oltre ad essere renziano col marchio docg e segretario del Pd toscano, è anche il maggior esperto di sistemi elettorali tra i parlamentari di riferimento del premier. Per lui, fatte le dovute premesse, l’Italicum è anche modificabile, ma in chiave ancora più renziana.

Ma il governo farà una proposta per modificarlo prima del referendum?

«Non credo proprio. L’Italicum è un ottimo punto di equilibrio tra rappresentatività e governabilità per risolvere un problema: come avere, nel contesto tripolare emerso con le elezioni del 2013, un sistema elettorale in cui la maggioranza di governo è scelta dai cittadini al momento del voto e dura stabilmente cinque anni, come nei comuni e nelle regioni. L’Italicum non piace a chi vuol affidare la scelta della maggioranza di governo non ai cittadini, ma alle alchimie parlamentari post-voto. Non piace a chi vorrebbe il premio alla coalizione per garantire il potere di veto dei piccoli partiti senza considerare un problema l’instabilità degli esecutivi. O a chi vuole il turno unico, che col tripolarismo comporta il rischio di dover ricorrere alle larghe intese Pd-Forza italia».

Detto questo, in che modo sarebbe giusto modificarlo?

«Considero positiva la disponibilità a discutere a tutto campo di legge elettorale. A patto che siano chiari due punti di fondo: che la discussione potrà sfociare in iniziative parlamentari solo dopo il referendum. Che per ogni proposta si dovrà indicare quali numeri riesce a mettere insieme nelle due Camere. Ed ha senso proporre migliorie buone di per sé, non correzioni sospettabili di nascere contro qualcuno. Sarebbe sbagliato e a questo qualcuno, leggi M5S, faremmo un regalo elettorale enorme. Fatte queste premesse, un sistema che riproponesse con varianti quello delle province sarebbe una miglioria in grado, dopo il referendum, di raccogliere consensi anche presso le opposizioni».

Perché sarebbe una miglioria?

«Perché non tocca i due principali pregi dell’Italicum - premio di lista e ballottaggio - e aggiunge ad essi un elemento positivo: il collegio uninominale. Dato lo stretto rapporto che in un collegio uninominale si stabilisce tra eletto e elettori, manterremmo un alto grado di rappresentatività dei deputati senza avere gli elementi negativi della lotta per le preferenze. Entro ogni collegio, ogni candidato è l’unico del suo partito; e si batte per far prendere il massimo possibile dei voti al proprio partito, non per prendere una preferenza in più del suo collega di partito. Infatti le sue chances di essere eletto dipenderebbero non dall’esito di una lotta interna al partito, ma dall’esito della sfida con gli avversari: se in una circoscrizione che elegge 6 deputati, il Pd ne prende 3, quei tre sono i candidati dei tre collegi, su sei, in cui il Pd ha ottenuto i migliori risultati percentuali».

Dunque si superano così le critiche alle  preferenze. Ma non quelle al ballottaggio...

«Io penso sia da valutare attentamente l’idea del collega Nicoletti, di portare la soglia di accesso al ballottaggio dal 40 al 50%, per venire incontro a chi vuol mettere un tetto più basso al premio di maggioranza conseguibile al primo turno: con l’Italicum il premio è massimo 15 punti al primo turno e massimo 5 al secondo. Con questa modifica, non avremmo mai un premio superiore a 5 punti, perché col ballottaggio a due chi vince, vince almeno col 50% più uno dei voti. Senza contare gli effetti positivi sulla sobrietà delle campagne elettorali. Per un candidato, fare campagna in un collegio di 100 mila abitanti non costa quanto farla in uno di 600 mila».

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